Qui

Di cose da dire ce ne sarebbero anche molte, ma più che un post ci vorrebbe un instant-book, uno di quelli che scrivi a tirare via per cogliere il momento. Un carpe diem editoriale, una roba così.

Di argomenti non siamo a corto, anzi, ce ne sono diversi, che poi siano infausti o per nulla frizzantini, quello è un altro discorso.

Eppure siamo qua, col fiato un po’ corto per il raffreddore e non per la fatica, con le macchie in faccia non per una abbronzatura da settimana bianca, quella che ti lascia i contorni degli occhi bianco latte e il resto marrone, bensì per gli strascichi di un herpes un filo invasivo.

Qui, fra gli uffici dell’Agenzia delle Entrate (sempre meglio una passeggiata agli Inferi), fra documenti spariti perché hanno inserito male un indirizzo e il disguido, ma chiamiamola anche “approssimazione italiana”, un brand riconosciuto come il Parmigiano, sta creando complicazioni a cascata.

Qui, con un fisico che un centimetro alla volta mi sta abbandonando, negli ultimi 49 giorni ho preso in ordine: cortisone Bentelan, due antistaminici, Brivirac (antivirale) Efferlgan 1000, aspirina canadese, Axil.

Qui, dove non si può più praticamente lavorare in modo decente, fra una violazione da evitare, il copyright che ti rincorre e ti vigila tipo Grande Fratello, ma intanto c’è da produrre, filmare e inviare, magari roba di qualità.

Qui, dove un pezzo alla volta stanno venendo meno figure centrali, anche un po’ a caso.

Qui, in attesa di incontrare avvocati, di pensare a che “tocca fa’”.

Siamo qui, ma c’è un però: si può solo andare avanti. In un modo o nell’altro.

Fino alla fine, ma non come lo slogan patetico degli juventini, ma sul serio, perché a dire fino alla fine siamo buoni tutti quando si vince sempre, cazzo ci vuole, ma fino alla fine davvero, con la cognizione di chi sta dall’altra parte e sa cosa significhi doverlo fare sul serio. Non a chiacchiere.

Non c’è più nulla di tutto ciò

Nemmeno lo so come Twitter mi abbia portato su quel nome, di certo in passato mi era successo di averlo cercato su Google.

Eppure, ieri sera, ci sono rimasto male, anche proprio per come ho appreso la notizia.

Tra i nomi che ho cliccato recentemente su Twitter, c’era anche quello di Luca Svizzeretto, avevo visto il suo profilo giorni fa e poi ieri, nella sua time-line alcuni tweet sulle partite di campionato, ieri ad esempio, l’ultima in ordine di tempo, quella da poco finita all’Olimpico.

Non so il motivo preciso, ma a un punto, ho digitato lo stesso nome su Google ed il primo risultato era un articolo di Repubblica che recitava “E’ morto Luca Svizzeretto, il giornalista non aveva nemmeno 38 anni”.

Ovviamente la notizia mi ha spiazzato e al tempo stesso mi ha confuso considerando il suo account Twitter particolarmente aggiornato, scorrendo i risultati di Google però, ho potuto constatare solo che la notizia della sua scomparsa era drammaticamente vera.

Con due anni e mezzo di ritardo ho appresso questa notizia e ho cercato di approfondirla in altri articoli, come il motivo del decesso, il morbo di Crohn.

Oltre all’amara sorpresa, una sensazione mescolata all’iniziale disorientamento per il profilo ancora attivo, ho percepito una grande tristezza, conseguenza più che altro di una forte malinconia.

Luca Svizzeretto è stato protagonista di un segmento ben preciso della mia vita: la stagione 2001-02. Il mio primo anno di liceo, ma anche il campionato che si concluse con il drammatico 5 maggio.

Con mio padre da un anno avevano iniziato infatti ad ascoltare Nuova Spazio Radio, emittente sugli 88.150 che parlava molto di calcio. Tornando da casa di mia nonna, in quei 45 minuti di percorso, la radio ci teneva compagnia, irradiando nella Regata quel modo tutto romano di parlare di calcio.

La radio iniziò ad ampliare il proprio palinsesto aggiungendo nuove trasmissioni: stesso format ma non solo Roma e Lazio, furono inseriti spazi anche per Napoli, Juve, Torino e Inter.

La trasmissione a tinte nerazzurre era condotta dalle 20 alle 21 da Luca Svizzeretto, giovane apprendista giornalista 24enne che insieme a Massimo Vinci parlava di Inter.

Il programma radiofonico divenne presto un punto di riferimento per me, sia perché era una novità in tutti i sensi e sia perché la squadra guidata da Hector Cuper, partita dopo partita, sembrava effettivamente essere competitiva ed in grado di regalarci un sogno.

La trasmissione ebbe un successo quasi immediato raccogliendo un numero di spettatori importante, ad aprile organizzò una serata speciale, con tanto di cena al ristorante “La Perla” a Castel Gandolfo. In maniera un po’ imprevista decidemmo di andare con mio padre e trascorremmo una serata particolare ma indubbiamente piacevole, incontrando un numero sconsiderato di interisti romani, fra cui il fioraio di Via Tiburtina vicino al Mcdonalds.

Quella serata fu l’occasione per dare finalmente un volto ai conduttori, ma soprattutto all’indomito Luca Svizzeretto: piccolino, con una giacca un po’ troppo larga di spalle color beige e con una voce un po’ stridula ma assolutamente riconoscibile.

La serata a base di pesce scivolò via rapidamente, il giorno dopo, sabato mattina, presi 5.5 all’interrogazione di latino alla lavagna con la Fares. Camminando dalla lavagna al banco mi tornò in mente la frase della sera prima, di un interista che aveva una gelateria a Piazzale Re di Roma il quale mi consigliò allegramente: “Se stasera fai tardi e domani ti succede qualcosa a scuola, tu dì che sei stato a cena co’ Svizzeretto, che te frega…”

La frase mi strappò un sorriso in quel momento, un pochino meno dopo aver incassato il 5.5 che di fatto complicava il mio percorso per non prendere l’insufficienza a latino a fine anno.

Quel mese di aprile fu un lungo prologo fino al 5 maggio e fra beffe e partite emotivamente lancinanti (Atalanta, Brescia, Chievo e Piacenza) fu un periodo vissuto ancor di più attaccato alla radio con il buon Svizzeretto.

La sofferenza condivisa sentendo altre persone parlare in radio alleggeriva la mia angoscia per quel titolo vicino, possibile, ma per niente scontato.

Arrivò poi il 5 maggio, lo scudetto fu gettato e per alcuni giorni non fui in grado di ascoltare la radio. Passato lo choc, ricominciai, ma non fu più lo stesso, non ci fu più, almeno da parte mia, quella stessa sintonia emotiva ed il mio periodo agganciato a Spazio Inter svanì lentamente.

Leggendo ieri alcuni articoli, ho trovato anche un po’ di racconti di amici e persone, tra cui un conoscente che raccontava come durante la sera di Madrid Svizzeretto era ricoverato in ospedale e festeggiò fra le corsie quel successo.

È stata una notizia triste che mi ha riportato indietro nel tempo, a un tempo andato veramente.

Praticamente una vita fa, quando c’era Svizzeretto, mio padre e l’Inter che giocava per lo scudetto, a pensarci oggi fa davvero effetto perché non c’è più nulla di tutto ciò.

Panama

Domenica mattina, mentre pensavo a come chiudere l’ultimo collegamento, mi sono reso conto veramente che tutto ero finito, che la GMG 2019 si era conclusa.

Pensando alle parole da dire, alla fine ho deciso di terminare lo stand-up nel modo più semplice: ringraziare e dare appuntamento a Lisbona 2022.

Facile a pensarlo, non complicato nel dirlo, un po’ più difficile invece metabolizzarlo.

Come ogni altra volta in vita mia ho sentito quella inevitabile malinconia, quella sensazione di un qualcosa per tanto tempo attesa e che in maniera rapida si esaurisce. La fine, in generale, soprattutto degli eventi, a me trasmette sempre questo pizzico di nostalgia, in particolar modo quando si parla di momenti che non si ripresentano subito.

Panama è stata davvero mille cose per me. Il compimento di una attesa, il realizzarsi di un obiettivo che come raccontato nel post precedente inseguivo con un certo coinvolgimento per tanti motivi. Oltre alla grandezza dell’evento, per me c’è stato anche molto di personale ed ovviamente l’esperienza ha avuto un doppio valore.

Di questa settimana contraddistinta da frenesia e “calor”, “mucho calor”, mi rimarranno nel cuore tante cose, tutte dietro però quella meravigliosa certezza di essere nel posto giusto al momento giusto, in qualche modo al centro del mondo, perché Panama nell’ultima settimana è stata questo.

Una GMG latina indubbiamente, di lingua spagnola e non solo per il paese ospitante, ma per la quantità indefinita di colombiani e venezuelani avvolti nelle loro bandiere.

Questi ultimi soprattutto sono stati fonte di riflessione: non c’è nulla da fare, quando si è in disgrazia e si soffre per il proprio paese, diventiamo tutti patrioti, tutti più orgogliosi, tutti ci sentiamo più parte di un qualcosa. Venerdì sera, durante la Via Crucis, non so per quale ragione specifica, ma questa considerazione mi ha commosso in un paio di momenti, mentre vedevo venezuelani ovunque cantare e stringersi, mentre a qualche migliaio di kilometri più a sud, nel loro paese, la storia, chissà, stava cambiando.

Come a Dublino, anche questo evento è stato occasione per conoscere e creare contatti con colleghi di tutto il mondo. Una opportunità per imparare e scoprire come ad esempio lo straordinario sistema che utilizza Sky Italia per trasmettere.

C’è stato il media centre ad ospitarmi, gli stand-up giornalieri, montaggi frettolosi e una perenne lotta contro internet che solo in due momenti ci ha ricordato che siamo nel 2019 e non nel 1998.

Svegliarsi davanti il Pacifico, cercare di capire la strana alta e bassa marea di Panama, le colazioni di lusso dell’Hilton di Avenida Balboa, i preziosi nipoti di Pedro a farci da scudieri e tassisti, tutto questo è stato un contorno che ha arricchito la settimana.

Panama mi è piaciuta, in quel suo mix di città americana mescolata al sapor latino, il contrasto fra il Casco Viejo e i grattacieli di Balboa, l’uomo considerato come lo scopritore dell’Oceano Pacifico, ma anche il menù medio di McDonald’s a 3,75 dollari o il Rum pequeno a 3 dollari che trovi dal “chino”.

Una città che ha saputo comunque gestire decentemente un appuntamento del genere soprattutto con un dispiegamento notevoli di polizia ovunque ed una forte sensazione di sicurezza in giro.

C’è stato tempo anche per il Canale, una tappa che non può non essere fatta, un obbligo, come il dover contrattare il prezzo per il taxi. E poi caldo, tanto caldo, una bellezza, una fortuna, dimenticarsi di essere a fine gennaio pensando che invece era una classica GMG estiva.

È stato bello davvero, e sabato sera, uscendo dal grande Metro Park, mi è tornato in mente del privilegio che ho avuto ancora, nonostante non possa capire la gioia della gente nel vedere il Papa, è sempre toccante osservare la fede degli altri, così come tanti giovani felici di essere insieme, festosi e carichi di entusiasmo.

Dopo Dublino, il Sinodo, il Papa prima di Natale incontrato privatamente per il nostro documentario, anche la GMG, con il meeting sugli abusi a metà febbraio in arrivo. Queste cose mi hanno ricordato una fatto durante questa settimana: se fossi rimasto a Toronto avrei vissuto tutti questi appuntamenti in prima linea? La risposta è no, penso proprio di no, e quindi a livello lavorativo la mossa è stata saggia. D’altra parte, ogni tanto bisogna porsi anche queste domande per allontanare quella tristezza che magari arriva alla fine di una grande esperienza, con l’augurio che la lista dei grandi eventi vissuti possa presto aggiornarsi.

Chiudete le valigie, si va a Panama!

Ero in camera dei miei quando a “Studio Sport”, Angelo Peruzzi, numero 1 della Nazionale, spiegava che aveva sentito un dolore al polpaccio, come se uno gli avesse tirato un sasso all’improvviso. La notizia non era tanto l’infortunio, quanto la conseguenza: avrebbe saltato il Mondiale di Francia e al suo posto avrebbe giocato Gianluca Pagliuca.

Due anni dopo, camminavo per via del Corso con alcuni compagni di classe, quando nel frattempo si giocava Italia-Norvegia, amichevole di preparazione a Euro 2000. Durante la partita Buffon si ruppe il polso e quindi fu costretto a saltare la rassegna continentale sostituito da Toldo che da lì a poco avrebbe vissuto un mese straordinario.

Questo doppio incipit che significa? Personalmente ha un valore. Sì, perché nel giugno del 2016 mi sono sentito come Peruzzi e Buffon, vicino ad un appuntamento atteso, certo di andare e poi quando ero lì, quasi sulle scalette dell’aereo, la sorte beffarda mi ha tirato giù.

Dovevo andare a quella GMG di Cracovia, e poi non sono più potuto andare. Da quel momento in poi ho aspettato quella successiva, quella di Panama che inizia martedì prossimo, ma stavolta salirò sull’aereo e mi giocherò il mio mondiale. Finalmente.

Poche ore e poi sarà la volta di Parigi (di passaggio) e di Toronto, per due notti prima di Panama. È tutto quasi pronto, la valigia da finire, il check-in online fatto, il briefing in sala stampa seguito per le ultime indicazioni prima di osservare il Papa in questo altro evento mondiale, dopo quello di fine agosto a Dublino.

Si riparte ancora una volta, un altro giro da inviato, pur non essendo sul volo papale, un’altra storia da vivere e soprattutto raccontare, con il clima che mi farà sognare in faccia all’Oceano.

Solo il triplo volo mi preoccupa un po’: soprattutto la tante volte battuta tratta Roma – Toronto, anche se il pezzo finale Toronto – Panama non può essere del tutto sottovalutato.

Tuttavia ci siamo, seguire eventi mondiali ha sempre un fascino unico, l’ho capito a in Irlanda e tornando a casa mi auguravo solo di rivivere qualcosa di analogo molto presto.

L’ho detto e ripetuto mille volte: se avessi dovuto scegliere fra la GMG di Cracovia e quella di Panama avrei scelto indubbiamente quest’ultima e adesso è il momento di andarci e allora…

Chiudete le valigie, si va a Panama!