Chiudete le valigie, si va a Panama!

Ero in camera dei miei quando a “Studio Sport”, Angelo Peruzzi, numero 1 della Nazionale, spiegava che aveva sentito un dolore al polpaccio, come se uno gli avesse tirato un sasso all’improvviso. La notizia non era tanto l’infortunio, quanto la conseguenza: avrebbe saltato il Mondiale di Francia e al suo posto avrebbe giocato Gianluca Pagliuca.

Due anni dopo, camminavo per via del Corso con alcuni compagni di classe, quando nel frattempo si giocava Italia-Norvegia, amichevole di preparazione a Euro 2000. Durante la partita Buffon si ruppe il polso e quindi fu costretto a saltare la rassegna continentale sostituito da Toldo che da lì a poco avrebbe vissuto un mese straordinario.

Questo doppio incipit che significa? Personalmente ha un valore. Sì, perché nel giugno del 2016 mi sono sentito come Peruzzi e Buffon, vicino ad un appuntamento atteso, certo di andare e poi quando ero lì, quasi sulle scalette dell’aereo, la sorte beffarda mi ha tirato giù.

Dovevo andare a quella GMG di Cracovia, e poi non sono più potuto andare. Da quel momento in poi ho aspettato quella successiva, quella di Panama che inizia martedì prossimo, ma stavolta salirò sull’aereo e mi giocherò il mio mondiale. Finalmente.

Poche ore e poi sarà la volta di Parigi (di passaggio) e di Toronto, per due notti prima di Panama. È tutto quasi pronto, la valigia da finire, il check-in online fatto, il briefing in sala stampa seguito per le ultime indicazioni prima di osservare il Papa in questo altro evento mondiale, dopo quello di fine agosto a Dublino.

Si riparte ancora una volta, un altro giro da inviato, pur non essendo sul volo papale, un’altra storia da vivere e soprattutto raccontare, con il clima che mi farà sognare in faccia all’Oceano.

Solo il triplo volo mi preoccupa un po’: soprattutto la tante volte battuta tratta Roma – Toronto, anche se il pezzo finale Toronto – Panama non può essere del tutto sottovalutato.

Tuttavia ci siamo, seguire eventi mondiali ha sempre un fascino unico, l’ho capito a in Irlanda e tornando a casa mi auguravo solo di rivivere qualcosa di analogo molto presto.

L’ho detto e ripetuto mille volte: se avessi dovuto scegliere fra la GMG di Cracovia e quella di Panama avrei scelto indubbiamente quest’ultima e adesso è il momento di andarci e allora…

Chiudete le valigie, si va a Panama!

Il classico post del 16 dicembre (in ritardo, giustificato)

Ad inizio mese ho iniziato a pensare a cosa avrei dovuto scrivere nel post tassativo e storico che pubblico il 16 dicembre, e facendo questo esercizio mi sono reso conto di non avere una idea, e nemmeno un chiaro ricordo di quanto scritto 12 mesi fa.

Ho aspettato così di andare a Milano per il weekend dell’Immacolata, sicuro che avrei trovato uno spunto adatto intorno al Duomo: un incipit accattivante, una metafora azzeccata, e invece ci ha pensato la vita direttamente e darmi qualche argomento.

Poche ore prima di andare a Milano, sono stato travolto da tutto e di fondo ho visto finire la mia famiglia. Così. All’improvviso, come una bomba che esplode e non lascia scampo a nessuno dei presenti.

Non entrerò in nessun dettaglio per tanti motivi, di certo ho pensato che lo scorso 16 dicembre mai avrei immaginato di vivere tutto questo, o meglio, mai avrei pensato di ritardare a scrivere questo post perché avevo  (e ho) bisogno di riprendermi da quanto avvenuto.

La vita è strana, indubbiamente, a volte anche un po’ malvagia e perfida, di certo cruda e dura in alcuni suoi scorci, come l’ultimo al quale devo assistere praticamente inerme da ormai dieci giorni. Natale è in arrivo ma riguarderà gli altri, l’anno sta per finire e non poteva concludersi in modo peggiore. Questo 16 dicembre alla fine l’ho vissuto qui, a Roma, in attesa di incontrare il Papa con il quale avevo appuntamento il 18.

L’unica cosa che veramente ha senso in tutto questo – e per questo intendo, la scadenza del 16 dicembre con annessa ciclicità – è che ho incontrato il Papa con il vestito indossato un 16 dicembre, il primo della sfilza, quello del 2009 e della prima laurea.

Stesso vestito, ancora perfetto, certo, i pantaloni sono stati allargati qualche tempo fa, ma sarebbe splendido se questi fossero i problemi della vita…

P.S. Dimenticavo la cosa più importante: il pronostico sul prossimo 16 dicembre. Spero lontano da tutto questo, sotto ogni punto di vista.

Undici anni. Di blog.

Non pensavo che sarei arrivato a undici anni di blog quel sabato sera in cui decisi di aprirlo. Eppure, in un modo o nell’altro, bene o male, siamo qua, dopo più di un decennio.

Lo scorso anno, mentre queste pagine tagliavano il traguardo della doppia cifra, avevo appena preso possesso realmente della mia casa in affitto all’ombra del Cupolone, la mia prima esperienza di vita in solitaria in Italia, dopo quelle già avute all’estero.

È passato un altro anno e di cambiamenti importanti ce ne sono stati. La casa è ancora questa, da solo non sono più da un pezzo e tante altre cose sono accadute.

Ho scritto meno, questo è evidente, un po’ per tempo ma anche perché certe cose ho preferito tenerle altrove, dentro di me, anziché pubblicarle seppur con qualche filtro.

Undici anni di blog sono molti, perché non solo rappresentano più di un terzo di vita, ma perché nel mio caso specifico, segnano un lungo periodo, quello dell’università – a quei tempi iniziata da tredici mesi – alla vita un po’ più matura, quella da giovani adulti insomma.

In mezzo c’è il purgatorio del neo-laureato in cerca di lavoro e che a un punto pensa di lasciar stare la sua vocazione/passione, ci sono i viaggi, i traslochi, le partenze e i ritorni.

Case, scrivanie, uffici, camere, questi undici anni di blog sono stati scritti in tanti posti diversi, e credo che proprio questa in fondo sia la più grande ricchezza.

C’è stato molto da raccontare, presumo che altre storie verranno condivise, certo, undici anni sono un piccolo grande traguardo. Mi ricordo i miei di undici anni, il 1998, la tuta giallo-blu dell’Adidas e il completino rosso-blu della Nike comprato da Cisalfa, il compleanno, il concerto delle Spice Girls, l’Inter di Ronaldo e la coppa Uefa a Parigi, così come il Mondiale in Francia e l’inizio della prima media, ci sarebbe stato molto da raccontare a quel tempo.

Si va avanti intanto, contento come i vecchi lavoratori che domani sia sabato. Probabilmente crescere, e avere 11 anni in più di quando ho iniziato a scrivere qui, significa anche questo.

Il mio Sinodo 2018

Il mio Sinodo è finito oggi, poco prima di pranzo con l’ultima cosa da filmare relativa nello specifico a questo evento. Un’altra maratona è terminata, ma a differenza di tre anni fa, stavolta non ho anche la fretta di riempire la valigia per tornare a Toronto.

Ricordo quando nel 2015, tutti mi chiedevano se ero felice di rientrare in Canada, e la mia risposta era sempre la stessa: “Sì, perché così almeno mi riposo”.

Questa risposta implicava una grande verità, ossia la fatica che genera un Sinodo, che per me è un po’ il Mondiale della Chiesa, soprattutto per tempi e ritmi.

Anche questa è andata alla fine, e stavolta il recupero da 29 giorni di lavoro di fila (saranno 33 alla fine di questa settimana e prima di un vero weekend) sarà probabilmente più facile, considerando appunto che non ci sarà un volo, un fuso da smaltire e nessun momento per rifiatare.

A Dublino avevo riassaporato il piacere di essere dentro un grande evento, nel mese di Sinodo qui a Roma ho sperimentato lo stesso seppur con dinamiche diverse.

Rispetto al 2015 ho lavorato in una posizione diversa: meno insider, ma al tempo stesso ho seguito la conferenza stampa alle 13.30 ogni santo giorno.

Ho lavorato di più, sono stato più al servizio della squadra, ho avuto più responsabilità, un programma settimanale da continuare e fare e soprattutto sono stato il ponte, il tramite che comunicava con l’ufficio di Toronto.

È stata lunga, ma mai come questa volta ho constato il valore dell’esperienza: il sapere già quello che c’è dietro la prossima curva, la conoscenza pregressa che ti viene in soccorso e a volte ti aiuta.

Un mese di Sinodo significa nessun orario, weekend pieni a prescindere, connessioni internet che devono essere stabili, ma anche inconvenienti come il cavalletto che ha pensato bene di implodere o la tastiera del computer che una mattina ha smesso di funzionare, gettandomi nel dramma lavorativo.

Messe dentro San Pietro all’alba, controlli di sicurezza, discussioni con poliziotti a volte in versione sceriffo, gente da coordinare e colleghi mai sul pezzo.

Il Sinodo è un gruppone di gente che pascola con ritmi simili intorno 2-3 luoghi di riferimento, il fermento della Sala Stampa, tutto il mondo che si raccoglie in un’aula. Giornalisti e cameraman a volte un po’ sfasati, ma con i quali non puoi non parlare o solidarizzare.

Questo Sinodo 2018 è stato tante cose, soprattutto a livello personale, è stato un perfetto osservatorio per notare ad esempio la brigata americana carica a pallettoni ad ogni conferenza con domande solo su scandali sessuali e abusi.

Per un mese sono tornato a essere parte di un team nel senso reale, con un capo e dei colleghi affianco, un mese con un nuovo incontro diretto con il Papa e con un derby vinto al 92’.

Un mese lungo che è scappato via senza aver quasi memoria di tutto il resto, novembre è già qui intanto, le scuole chiudono a Roma come mai successo prima, il calendario dice che mancano solo 57 giorni a Natale, e dopo quello, sarà il momento di un’altra storia da raccontare con destinazione Panama.