“Pagine Vaticane” terza stagione

Venerdì ricomincia “Pagine Vaticane” con la terza stagione, la seconda da Piazza San Pietro.

Per curiosità giorni fa ho dato una occhiata a quanti episodi sono stati realizzati e il conto recita 65 che vanno divisi fra i 42 della passata stagione e i 23 della primissima serie.

Il ritorno di “Pagine Vaticane” a metà settembre, un po’ come tutti gli show settimanali di ogni TV, rappresenta per me un impegno importante sotto ogni aspetto. Uno programma così implica infatti ore di ricerca (notizie e video), scrittura, e soprattutto montaggio.

La settimana tornerà ad essere ricca e con scadenze sempre più strette, ma indubbiamente questa sarà la serie che parte con meno interrogativi e più certezze. La prima aveva i dubbi e i crucci del decollo, la seconda includeva timori sulla logistica e il fatto di essere solo a Roma, questa terza stagione si sbarazza delle questioni appena citate e sembra potersi imbarcare in questo nuovo lungo viaggio in modo più sicuro.

Tre puntate e poi sarà tempo di Sinodo. Il secondo che seguirò dopo quello del 2015, anche se questa volta avremo un punto di vista meno privilegiato, meno insider. Sarà un mese di riconcorse e di caccia, fra coffee-break in cui si deve intercettare il vescovo ed esclusive da accordare: sarà un mese nel quale ad un certo punto attendi la fine, senza giri di parole.

Nove mesi davanti con la speranza che il prodotto venga ancora apprezzato e con la sensazione di doversi inventare qualcosa in più, una aggiunta che devo però ancora individuare ma che potrebbe arrivare in corso d’opera e magari qualche sorpresa.

Mi aspettano una quarantina abbondanti di episodi, senza pause e con qualcuno che filmerò magari in studio come lo scorso aprile-maggio.

Si va avanti, si comincia, anzi, si riparte, con il piacere di fare un qualcosa di bello e con la speranza che ci sia meno pioggia della stagione passata.

Insomma, lo stratwarming capita una volta ogni 30/35 anni dicono, ecco, fino alla serie numero 36, più o meno, dovremmo stare a posto.

Io, il Papa e Dublino

Tornare a Dublino è stato speciale. Ritrovarmi esattamente in certi luoghi a distanza di 5 anni ha avuto un sapore particolare e mi ha dato delle sensazioni profonde. Ho avvertito in certi momenti i pensieri e le emozioni di quel 2013, in attimi di vita quotidiana, come il viaggio in LUAS, oppure la spesa da Tesco, senza tralasciare le camminate su e giù per Grafton Street.

Essere in questa città per seguire il Papa è stato un privilegio unico, così come poter raccontare tutta la scorsa settimana ai nostri telespettatori del Canada. Partecipare ad un evento grande è sempre una grande fortuna, significa essere invitati ad una festa e viverla però con uno sguardo diverso rispetto agli altri. Significa in sostanza viverla e raccontarla.

Se i primi giorni sono stato felice prigioniero del RDS di Ballsbridge, dimorando nel Media Centre, successivamente mi sono diviso fra Croke Park, Phoenix Park e gli altri due Media Centre, in particolare quello straordinario del Dublin Castle, il mio preferito.

Vivere a stretto contatto con troupe francesi, italiane, americane e irlandesi, solo per dirne alcune, ti permette di scrutare e capire tante cose. Piccoli dettagli, certo, ma se sei un valido osservatore, puoi imparare soltanto guardando il modo di lavorare degli altri: questa è stata l’esperienza nell’esperienza.

Tante ore di lavoro, spostamenti con LUAS e bus, orari sballati, pranzi all’ora della merenda così come tanti km con addosso telecamera, cavalletto e laptop-bag. Fatica sicuramente, ma ogni giorno la voglia di vivere gli eventi in arrivo e poco tempo per lamentarsi, anzi, il desiderio di lasciarsi conquistare dall’entusiasmo degli 80 mila di Croke Park o dal verde smisurato della spianata di Phoenix Park.

Tanti sono i ricordi o i piccoli frammenti che rimangono dopo giorni intensi: gli stand-up registrati con il tempo che cambiava letteralmente in 5 minuti, la spesa serale al LIDL di Ranelagh scendendo dal 18 proprio come nell’autunno del 2013, oppure il pezzo a piedi da Balally a casa.

Per me era la prima esperienza come inviato al seguito del Papa, e mi risulta impossibile dire qualcosa che non mi sia piaciuto. Certamente il tornare in un posto di mia conoscenza ha agevolato la missione, però le motivazioni e le belle aspettative tutte rispettate, sono state quella spinta in più.

Mi ricordo anni fa cosa percepivo quando iniziavo a sentirmi “giornalista” conducendo il notiziario, ma poi come capita per tutte le sensazioni, ci si abitua; a Dublino però, a distanza di tempo, ho riprovato qualcosa di analogo e già solo questo è valso tutto il viaggio.

Chiudete le valigie, si va (si torna e ritorna) a Dublino!

“Ci siamo. Poche ore ancora e poi il volo Ryanair FR 9431 da Ciampino mi porterà a Dublino.

Strane le coincidenze della mia vita, percorsi talmente perfetti da risultare quasi voluti: esattamente un anno fa discutevo la mia laurea magistrale, dodici mesi dopo preparo le valigie per partire”.

 

Iniziava così il post il giorno prima di partire per Dublino datato 1 marzo 2013. Sembra passata un’era geologica, ma sono soltanto 5 anni e mezzo, non pochi certo, ma nemmeno una enormità se consideriamo quanto capitato nel frattempo.

Era un venerdì di inizio marzo, il Catto si era laureato il giorno prima e dopo la discussione avevo accompagnato Alfredo a “Piazza Italia” per comprarsi delle ciabatte.

Senza volerlo, ovviamente, ieri sono stato nello stesso negozio per un’occhiata ai saldi del saldi estivi. Non che ce ne fosse bisogno, però esistono nella mia vita degli incroci e delle sovrapposizioni davvero clamorose, che neppure con l’impegno massimo uno potrebbe farle coincidere in questo modo.

Dublino è l’esempio lampante di tutto, la summa dei miei ultimi anni, dal post-università in poi.

È la città del destino: tutto comincia lì. È la copertina di un nuovo libro che ho iniziato in quel marzo del 2013 per proseguirlo poi nell’ottobre dello stesso anno, quando tornai per l’internship, trovato così, per gioco e caso, mentre l’estate terminava e un richiamo rossocrociato si faceva sempre più forte.

Quella ricerca, e poi di più quello stage, cambiarono l’asse terrestre dei miei anni a venire, ma ancor di più fu quel famoso “thinking out of the box” a stravolgere tutto. Domani ci torno come giornalista e inviato al seguito del Papa. certo, nel mezzo ci sono anni e fatti, incroci e scelte, decisioni, riflessioni, fortuna e caso, ma soprattutto il destino che ha manovrato tutto in modo perfetto.

Il mio primo viaggio al seguito del Santo Padre mi riporta nella città in cui tutto è iniziato. Il mondo è grande, eppure il Fato ha scelto Dublino come meta per questo primo battesimo.

Non è un caso e non poteva andare diversamente. Se Dublino è la città del destino, non esistono alternative a questo grande e splendido prologo.

Chiudete le valigie si va, (si torna e ritorna) a Dublino!

“Il tempo che veglia su tutto, ha donato la soluzione malgrado te”.  G. Perec

Citazione con cui terminai quel post del primo marzo 2013

Toronto, nove mesi dopo

So soltanto che ero partito per il visto, e poi mi sono ritrovato a camminare per Times Square, con 28 gradi e il rischio di non rientrare a Roma come stabilito il 7 maggio.

Certo, bisogna riannodare il filo per bene per spiegare tutto questo, e un’ora di pausa vale la pena impiegarla in questo modo.

Ritrovarsi a Toronto dopo nove mesi mi ha permesso di fare una serie di valide riflessioni, la prima, e la più immediata, è stata quella del profondo senso di familiarità che ho percepito subito. Tutto ho avvertito tranne che da 9 mesi ero fuori dal Canada. Camminare lungo Sherbourne o ritrovarmi a Dundas Square mi ha trasmesso quella sensazione di compiere una azione fatta per l’ultima volta poco prima, roba di settimane, non certamente di mesi.

È stato strano ritrovarmi davanti il palazzo in cui ho abitato per oltre un anno e mezzo e vedere la finestra del mio appartamento aperta, consapevole che non ero stato io a lasciarla così, per far cambiare un po’ l’aria mentre ero a fare la spesa da Metro.

È sempre particolare ritrovarsi in un luogo che ti è appartenuto così profondamente e non aver modo di poterci accedere, fortunatamente, e per ovvi motivi, questo è successo solo per ciò che riguardava la casa.

Per il resto Toronto è quella, esattamente come l’avevo lasciata, stesso discorso per le persone. La cosa che mi ha stupito è la velocità con cui hanno tirato su due grattacieli all’incrocio affianco al mio vecchio condominio. Quando sono partito stavano facendo gli scavi, oggi ci sono oltre 30 piani di una costruzione enorme, una roba che in Nord America capita senza troppe storie ma che a me, nonostante tutto, fa ancora effetto.

Toronto dicevo, l’ufficio, il ritorno al caro Crocodile, i profumi di sempre, la TTC, il fuso che ti dà sempre quella stranita nonostante l’abitudine e poi ovviamente i volti delle persone.

Tutto bello, perché la verità è che tornare in un posto così significativo è sempre un rischio, anche per poche settimane, non sai mai dove puoi finire.

Per il resto, ho ripreso la mia vita normale in ufficio, i tempi e le abitudini: la pasta portata da casa, le giacche lasciate in redazione per andare in onda, il panino comprato da Sobeys, insomma una routine alla quale mi sono immediatamente riabituato, come se avessi riacceso l’interruttore dopo alcuni minuti di black-out.

In tutto questo c’è stata ovviamente la gita a Niagara per il visto e proprio come tre anni fa, il primo tentativo è andato male, stavolta per un motivo ancora più sciocco: da alcuni mesi infatti non rilasciano più visti dal venerdì al lunedì. Fossimo andati il giorno prima tutto sarebbe andato liscio, invece no.

Invece, per l’ennesima volta in vita mia, l’intoppo ha bloccato tutto, ha complicato la situazione. Non avrei scommesso su una perfetta e immediata riuscita, ma non per pessimismo, è semplicemente perché è sempre andata così negli ultimi 31 anni. Qualunque cosa, anche la più banale, se ottenuta, è sempre stata agguantata dopo passaggi rocamboleschi, brividi inattesi, complicazioni di vario genere.

L’assalto fallito al primo tentativo ha generato una serie di conseguenze e prospettive, una delle quali era quella di rimanere lì dieci giorni in più per ottenere il visto, andando con il mio capo alla frontiera nuovamente. Alla fine mi sono ritrovato nella situazione ancora più surreale di prendere un volo per NYC alle 7 di mattina e rientrare con l’aereo delle 5. Nel mezzo, un giro inatteso per la mia città preferita, e tornarci dopo solo due anni mi ha agevolato poiché mi sono potuto muovere con destrezza insolita, considerando che avevo ben chiari nella mia mente tutti i punti di riferimento chiave.

Poche ore in giro per Manhattan e poi ancora un volo, la tosse che mi ha scortato fedelmente in questi giorni e una delle file più lunghe che io ricordi all’ufficio di immigrazione dell’aeroporto di Toronto. Tre ore in piedi per un visto, ovviamente strappato con ulteriori peripezie, visto che volevano darmi un solo anno anziché i tre richiesti.

Una giornata infinita, terminata con il risultato desiderato, il motivo che mi aveva appunto spinto a partire per un giorno, rientrando in Canada dalla frontiera aeroportuale.

Come in passato, Toronto non è stata però sinonimo di comodità o di cose facili, lo sapevo in fondo perché troppe volte l’ho sperimentato. Ho dormito sul mio vecchio materassino gonfiabile per otto notti, esperienza non meravigliosa soprattutto se devi recuperare da viaggio e jet-lag, mi è venuta la tosse quasi immediatamente, dopo 9 giorni ho traslocato altrove, tutto il caos per il visto, insomma, non una passeggiata, ma come detto, non mi stupisco di tutto ciò.

È stato bello tornare, è stato utile per capire anche quale risposta dare al grande quesito: ma ho fatto bene a tornare a Roma per lavoro? Sì, è stata l’idea giusta, ma se in Canada mi mancavano le persone dell’Italia, di Toronto mi mancano diverse cose da fare e soprattutto un certo status. È la vita alla fine, va sempre così.

See you soon.