Undici anni. Di blog.

Non pensavo che sarei arrivato a undici anni di blog quel sabato sera in cui decisi di aprirlo. Eppure, in un modo o nell’altro, bene o male, siamo qua, dopo più di un decennio.

Lo scorso anno, mentre queste pagine tagliavano il traguardo della doppia cifra, avevo appena preso possesso realmente della mia casa in affitto all’ombra del Cupolone, la mia prima esperienza di vita in solitaria in Italia, dopo quelle già avute all’estero.

È passato un altro anno e di cambiamenti importanti ce ne sono stati. La casa è ancora questa, da solo non sono più da un pezzo e tante altre cose sono accadute.

Ho scritto meno, questo è evidente, un po’ per tempo ma anche perché certe cose ho preferito tenerle altrove, dentro di me, anziché pubblicarle seppur con qualche filtro.

Undici anni di blog sono molti, perché non solo rappresentano più di un terzo di vita, ma perché nel mio caso specifico, segnano un lungo periodo, quello dell’università – a quei tempi iniziata da tredici mesi – alla vita un po’ più matura, quella da giovani adulti insomma.

In mezzo c’è il purgatorio del neo-laureato in cerca di lavoro e che a un punto pensa di lasciar stare la sua vocazione/passione, ci sono i viaggi, i traslochi, le partenze e i ritorni.

Case, scrivanie, uffici, camere, questi undici anni di blog sono stati scritti in tanti posti diversi, e credo che proprio questa in fondo sia la più grande ricchezza.

C’è stato molto da raccontare, presumo che altre storie verranno condivise, certo, undici anni sono un piccolo grande traguardo. Mi ricordo i miei di undici anni, il 1998, la tuta giallo-blu dell’Adidas e il completino rosso-blu della Nike comprato da Cisalfa, il compleanno, il concerto delle Spice Girls, l’Inter di Ronaldo e la coppa Uefa a Parigi, così come il Mondiale in Francia e l’inizio della prima media, ci sarebbe stato molto da raccontare a quel tempo.

Si va avanti intanto, contento come i vecchi lavoratori che domani sia sabato. Probabilmente crescere, e avere 11 anni in più di quando ho iniziato a scrivere qui, significa anche questo.

Il mio Sinodo 2018

Il mio Sinodo è finito oggi, poco prima di pranzo con l’ultima cosa da filmare relativa nello specifico a questo evento. Un’altra maratona è terminata, ma a differenza di tre anni fa, stavolta non ho anche la fretta di riempire la valigia per tornare a Toronto.

Ricordo quando nel 2015, tutti mi chiedevano se ero felice di rientrare in Canada, e la mia risposta era sempre la stessa: “Sì, perché così almeno mi riposo”.

Questa risposta implicava una grande verità, ossia la fatica che genera un Sinodo, che per me è un po’ il Mondiale della Chiesa, soprattutto per tempi e ritmi.

Anche questa è andata alla fine, e stavolta il recupero da 29 giorni di lavoro di fila (saranno 33 alla fine di questa settimana e prima di un vero weekend) sarà probabilmente più facile, considerando appunto che non ci sarà un volo, un fuso da smaltire e nessun momento per rifiatare.

A Dublino avevo riassaporato il piacere di essere dentro un grande evento, nel mese di Sinodo qui a Roma ho sperimentato lo stesso seppur con dinamiche diverse.

Rispetto al 2015 ho lavorato in una posizione diversa: meno insider, ma al tempo stesso ho seguito la conferenza stampa alle 13.30 ogni santo giorno.

Ho lavorato di più, sono stato più al servizio della squadra, ho avuto più responsabilità, un programma settimanale da continuare e fare e soprattutto sono stato il ponte, il tramite che comunicava con l’ufficio di Toronto.

È stata lunga, ma mai come questa volta ho constato il valore dell’esperienza: il sapere già quello che c’è dietro la prossima curva, la conoscenza pregressa che ti viene in soccorso e a volte ti aiuta.

Un mese di Sinodo significa nessun orario, weekend pieni a prescindere, connessioni internet che devono essere stabili, ma anche inconvenienti come il cavalletto che ha pensato bene di implodere o la tastiera del computer che una mattina ha smesso di funzionare, gettandomi nel dramma lavorativo.

Messe dentro San Pietro all’alba, controlli di sicurezza, discussioni con poliziotti a volte in versione sceriffo, gente da coordinare e colleghi mai sul pezzo.

Il Sinodo è un gruppone di gente che pascola con ritmi simili intorno 2-3 luoghi di riferimento, il fermento della Sala Stampa, tutto il mondo che si raccoglie in un’aula. Giornalisti e cameraman a volte un po’ sfasati, ma con i quali non puoi non parlare o solidarizzare.

Questo Sinodo 2018 è stato tante cose, soprattutto a livello personale, è stato un perfetto osservatorio per notare ad esempio la brigata americana carica a pallettoni ad ogni conferenza con domande solo su scandali sessuali e abusi.

Per un mese sono tornato a essere parte di un team nel senso reale, con un capo e dei colleghi affianco, un mese con un nuovo incontro diretto con il Papa e con un derby vinto al 92’.

Un mese lungo che è scappato via senza aver quasi memoria di tutto il resto, novembre è già qui intanto, le scuole chiudono a Roma come mai successo prima, il calendario dice che mancano solo 57 giorni a Natale, e dopo quello, sarà il momento di un’altra storia da raccontare con destinazione Panama.

Quello che non capite

Una delle cose che ricorderò del 2018 è la mia antipatia nei confronti della Juventus. Sembrerà strano, ma quest’anno ha coinciso con la sublimazione di un sentimento che non ho mai avuto nei confronti di questo club e in particolar modo dei suoi tifosi.

Non ho mai considerato la Juve il “nemico”, per me ci sono state sempre altre avversarie, tra cui il Milan e spesso, seppur a fasi alterne, la Roma. La Juve e i suoi sostenitori non li ho mai calcolati, non mi hanno mai infastidito.

Sarà perché la Juve vince sempre, sarà perché spesso ciò che fanno non interessa a molti considerando il modo in cui i loro successi sono valutati, resta il fatto che fino ad aprile il mio fastidio era sempre stato limitato, pur tifando contro di loro ad ogni occasione (finali di Champions comprese) come contro ogni altra italiana.

Dopo Calciopoli, spartiacque vero della rivalità fra Inter e Juve, ho sempre evitato di aver a che fare con loro, soprattutto dopo il loro ritorno in A (risate in sottofondo), più che altro per il loro approccio carico di rabbia, di livore, mai obiettivo e ancor di più privo di ogni considerazione sportiva su tutto.

Dallo scorso aprile, dopo il famoso Inter-Juve molto chiacchierato, il mio fastidio crescente è diventato molto più. Non li sopporto. Anzi, sono veramente insopportabili.

Il problema è Twitter, il dover leggere spesso ciò che dicono anche se non seguo nulla di riconducibile a loro. Sfortunatamente però, leggo i loro commenti altrove, sotto post di giornalisti, sugli account dell’Inter o su pagine di calcio generiche, e per quanto non mi piacciono le generalizzazioni, loro sono veramente tutti uguali o siamo a soglie che toccano il 99%.

Gente che dopo anni recita la parte delle vittime, insulti al secondo scambio, una arroganza vomitevole, ma soprattutto la loro proverbiale “grandiosità frustrata”.

Lo sbandierare 36 scudetti in barba a sentenze, il sentirsi forti con i piccoli e microscopici con i grandi – l’Europa docet – il malessere nel sapere che più vincono e più la gente non li considera ma non per invidia, ma perché giustamente si dà un valore più obiettivo ai loro fenomenali trionfi italiani.

Legend, Myth, slogan buttati là per celebrare imprese splendide che però, come il calcio ci insegna, vanno sempre riparametrate al valore della lega in cui giochi e al momento storico in cui avvengono.

A loro non interessa niente di nulla: per loro sono tutti invidiosi, cartonati, prescritti (il processo per doping e quella prescrizione per loro non vale ovviamente), piangina, cinesi, colerosi, napoletani. Tutti così, mentre fluttuano in un mondo loro, sempre più isolato dalla realtà, in cui si spalleggiano e fanno festa.

Come detto in precedenza, la razza peggiore è quella che si annida su Twitter, e con la quale a volte, pur non volendo, mi sono dovuto scontrare. Anche se parli di cose tue, ricordo il famoso Lazio – Inter di maggio o martedì scorso dopo il Tottenham, loro piombano e iniziano a sparare a raffica qualunque cosa. Un abominio. Una rottura di coglioni.

A volte, sempre educatamente, ho risposto, altre ho lasciato stare, altrimenti non se ne esce, come ad esempio lo scorso maggio.

Gente con la coda di paglia che si sente sempre tirata in causa, gente che vede il mondo solo in un modo, e se non va bene o se non è prostrato ai loro piedi, come sempre capita, va fuori di testa.

L’esempio più sciocco è quello di martedì sera. Vinciamo una partita in modo immeritato, sul finale, e con una discreta dose di fortuna dopo aver palesato ancor notevoli limiti e problemi, il commento di questa rimonta su Sky è di Trevisani e Adani che vanno oltre i toni normali e succede un casino.

Il gruppo di critici non è solo di juventini ovviamente, ma loro portano avanti la crociata perché i due hanno strillato troppo, perché non è serio, non è corretto, perché “Io pago l’abbonamento e non voglio questa faziosità”, insomma un sacco di balle.

Certo, fosse successo a loro sarebbe stato tutto regolare, dopo che sono due mesi che la stampa è andata oltre ogni limite di decenza nel parlare di CR7, acquisto pazzesco, certo, ma raccontato e storpiato in modo ridicolo.

Parlo da giornalista forse, ma ciò che non capisce la gente è che esistono momenti che vanno cavalcati: tormentoni e frasi come “L’ha (ri)presa Vecino!” che ha una sua chiara circolarità in questa storia e in quell’esultanza sopra le righe. Esistono attimi in cui si deve far passare anche l’emozione che ti circonda, perché parliamo di sport, di sensazioni e istanti.

Esiste anche l’effetto sorpresa, l’inimmaginabile, il clamore di una rimonta impensabile fino a dieci minuti prima, tutte cose che vanno sommate a una squadra che torna in Champions dopo sei anni e mezzo e nonostante una partita brutta vince in quel modo. Esiste tutto questo che va sommato e shakerato in pochi secondi di follia generale, in una situazione che da troppo tempo ci era mancata. Una esplosione di gioia rara, effimera molto probabilmente, ma pura e incontrollabile.

Perché forse dureranno poco, magari fino a dicembre, ma queste sono le nostre notti in una dimensione che ci regala ancora meravigliose memorie, quella dimensione, che pur forzando, non è casa di alcuni. E quindi, se non capite, non è colpa di Trevisani e nemmeno di Adani, tanto meno nostra.

Se non comprendete tante cose è un problema vostro, se dopo MYTH e 7 scudetti aggiunti a 4 coppe Italia vi brucia per una vittoria come quella dell’altra sera, avete seri problemi, come quello con la foto profilo di un cartello stradale che mi ha scritto senza essere chiamato in causa e che dopo esser stato ammutolito educatamente mi ha bloccato. Il brutto però, è che di pagliacci così ce ne sono troppi.

Ma ripeto, se avete dei problemi così grandi e palesi, fatevi vedere e non rompete i coglioni.

Amen.

(E ora commentate pure qua, arrivando come insulti almeno alla sesta generazione. Forza)

“E poi…Berlino!”

E pensare che a Berlino nemmeno dovevamo andarci. Saltata la tanto agognata Lisbona, la capitale tedesca è diventata la soluzione di ripiego che invece si è rivelata perfetta in tutto: città, storia, clima, prezzi.

Il quinto viaggio europeo con il Catto è stato forse il migliore, e seguendo il filone di Sofia ossia “zero filtri”, ci siamo divertiti immensamente.

Berlino è una capitale atipica perché è moderna come teoricamente una capitale non può essere fino in fondo. La storia recente e travagliata di questa città cambia però del tutto la prospettiva.

Un posto distrutto 70 anni fa è stato ricostruito in un modo diverso e quindi pensando al cittadino: grandi spazi, tanto verde, strade enormi, mezzi e collegamenti iper-sviluppati, un esempio di rara efficienza. Anche per questo ho apprezzato Berlino e concordo con tutti coloro i quali me ne avevano parlato bene.

Due cose metto al di sopra di tutto, uber alles come direbbero loro, il museo della DDR e gli spazi lungo lo Sprea, il fiume cittadino.

La verità è che anche qui ci siamo ritrovati a invidiare tante cose agli altri, cose apparentemente sciocche ma che proprio per questo ti domandi come sia possibile che noi non riusciamo a farle. Di certo, entrambi abbiamo avuto la netta sensazione che Berlino sia una città in cui ci si potrebbe vivere in modo più che decente.

Queste però sono storie che fanno parte del viaggio, riflessioni e considerazioni lucide, niente a che vedere con “Pierluigi Pardo” che ha viaggiato con noi, i classici tormentoni, la quantità abnorme di km percorsi, le birre in riva allo Sprea (che è anche anagramma del cognome del Catto), la signora che cerca di ammazzarsi in bici, la gratuità di certe frasi, i versi, le cazzate, le centinaia di cazzate aggiungerei, le colazioni, la “demasiada harina”, gli anacardi, “e poi” (cit.) Charlottenburg, gli errori nel finale per andare in aeroporto, gli italiani ovunque, talmente presenti in ogni angolo che a un punto li abbiamo detestati.

Berlino ci ha riportati indietro nel tempo. Più di otto anni fa partivamo per la nostra prima tappa europea con destinazione Atene, anche se doveva essere Istanbul, quasi un decennio dopo siamo ancora lì, schierati, a guardia del fomento.

E guai a chi ce lo tocca.

Ci vediamo a Lisbona, Catto.

Prima o poi.